Nicola Zingaretti le sta tentando tutte, ma la speranza di vincere il congresso e di diventare il prossimo segretario del Pd man mano che passano i giorni lascia il posto alla paura di non farcela. Lo dimostra il nervosismo con cui sta affrontando la campagna elettorale nelle ultime settimane tra colpi bassi e trovate a livello di comunicazione basate sulla negazione della realtà.
Ieri il governatore del Lazio se n’è uscito con una dichiarazione al Messaggero che ha dell’incredibile: “Contro di me il patto dei gattopardi”. Detto da lui è tutto un programma. E viene tanto da ridere.
Andando infatti a vedere da vicino le persone di cui si è circondato, non sfugge a nessuno che i gattopardi stiano proprio con lui, che senza possibilità di smentita possiamo definire come il più grande riciclatore di renziani che si potesse immaginare. Pensate ad Astorre: l’ha candidato alla segreteria regionale del Lazio dopo che lui s’è fatto eleggere senatore grazie al seggio sicuro che gli ha assicurato proprio Renzi, togliendolo a chi sul territorio (è il caso della provincia di Viterbo) lavora e si dà da fare. E vogliamo parlare di Franceschini? Ha fatto il ministro della cultura con Renzi, ma prima era stato con Veltroni, Bersani e Letta, tutti abbandonati quando non gli servivano più. Ma un gattopardo è lo stesso Zingaretti se si pensa che sta in politica da quando aveva i calzoncini corti, avendo attraversato tutto quello che c’era da attraversare. Zingaretti vuole rifarsi una verginità, ma non gli crede nessuno. Vuole fare l’innovatore, lui che è vecchio. Roba da pazzi.