Maurizio Martina e Nicola Zingaretti sono per la patrimoniale. Contrario nettamente, invece, Marco Minniti.
Più ci si avvicina al congresso e più nel Pd si delineano le differenze tra i candidati. Il programma economico dei tre è stato oggetto ieri di una disamina compiuta dal Sole 24 Ore, che, a parte i punti in comune, si è soffermato soprattutto sulle differenze, tra cui la maggiore è proprio quella della patrimoniale, vecchio cavallo di battaglia della sinistra più ortodossa, sparito dal vocabolario e renziano e ora reintrodotto proprio da Martini e Zingaretti.
Ma, come detto, Minniti no. “Al netto dell’abolizione dell’Imu sulla prima casa, la tassazione sul patrimonio nel tempo è cresciuta – spiega Enrico Morando, che di Minniti è consigliere economico – per cui tassare ulteriormente le rendite potrebbe essere controproducente in un momento di deflusso dei capitali dal mercato finanziario”.
La posizione di Minniti sarà sicuramente molto apprezzata in terra di Tuscia, dove, nel momento in cui il mercato del mattone si sta riprendendo, l’introduzione della patrimoniale avrebbe l’effetto di una mannaia per migliaia di famiglie. La patrimoniale, come detto vecchio battaglia della sinistra più ortodossa, rappresentata da Zingaretti e a Viterbo da Panunzi, andrebbe a colpire il, ceto medio, ovvero tutte quelle famiglie che lavorano una vita per lasciare una casa ai figli. Bene dunque Minniti a non volerne sentir parlare.